paura dell'acqua
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Fobia dell’acqua

di Francesca Orlando, da rivista AQAnumero due, luglio-dicembre 2016

Aspetti psicologici e personologici

La paura dell’acqua rappresenta un fenomeno di non facile considerazione. Ammettere di aver paura dell’acqua richiama un’idea di inadeguatezza di non saper fare qualcosa di naturale, come lo scrivere e il leggere: non a caso gli antichi Romani disprezzavano colui che non sapesse neque litteras nec natare; dall’altra, proprio perché oggi il nuotare attiene solo alla sfera ricreativa, non costituisce per il soggetto un grande limite nel rapporto con gli altri e nella vita di tutti i giorni, diversamente dalla paura del volo aereo, che invece condizionerebbe maggiormente l’autonomia del soggetto. La fobia dell’acqua rappresenta, quindi, un disagio latente che però coinvolge sempre più persone e che nasconde conflitti interni particolarmente interessanti.

L’acqua, dopo la dolce esperienza del ventre materno, viene vissuta in modo traumatico con la nascita, dal primo bagnetto freddo dall’infermiera che lo passa sotto un getto d’acqua per lavarlo, ai lavaggi bruschi con acqua troppo calda o troppo fredda, agli schizzi violenti negli occhi; tutte queste esperienze materializzano la sostituzione materna nella scoperta e conoscenza dell’elemento. La madre è vissuta come cattiva perché separa sé dal bambino, scaccia il feto dal suo ambiente. Secondo alcuni autori, la paura dell’acqua viene considerata un problema d’origine culturale, di una cultura che rimuove l’esperienza profondamente erotica, in senso edonistico, della relazione con l’acqua. Invece questa stessa cultura dà valore all’esperienza dell’acqua solo ai fini competitivi dello sport agonistico in cui si promuove l’aspetto sociale che la competizione comporta, togliendo completamente all’acqua la sua vera ed ancestrale valenza di piacere e rilassamento purificatorio. Eppure risulta che ben il 33% degli italiani non sa nuotare: lo riferisce un comunicato stampa della Confersercenti che riporta un’indagine commissionata allo SWG, dal tema “Famiglie e ambiente”, nel 1997. Da questa ricerca emerge che gli italiani sono spaventati da 47 vari fattori che riguardano il mare e dunque l’acqua. Accanto all’inquinamento e al degrado ambientale, citati da una parte considerevole del campione (42.1%), ben il 12,1 % ha proprio paura dell’acqua. Essa si manifesta sia con l’impossibilità di stabilire un contatto sia con l’immersione nel profondo. Il profondo infatti genera ansia perché comporta una sospensione di controllo della situazione da parte del soggetto.

La personalità e il comportamento dell’acquafobico sono caratterizzati da un’evidente componente di ansia e di rabbia con tendenza alla somatizzazione e di evitamento. Mostra, quindi, una bassa resistenza allo stress, un minor controllo, impegno e sfida.


Articolo integrale presente nel numero DUE della rivista AQA.