Organizzare una lezione di scuola nuoto

di Sante Dal Mas, Marco Del Bianco, Federico Gross, da rivista InAquanumero due, luglio – dicembre 2007

La didattica è una cosa seria

In parallelo alla crescita dell’offerta didattica del mondo piscina vi è stata un’evoluzione della figura dell’istruttore, caratterizzata un tempo da un metodo ed oggi, sempre di più, dal confronto.

L’abitudine: il primo nemico dell’istruttore

Ciononostante ci imbattiamo ancora in figure di altri tempi, istruttori-maestri che hanno messo radici e che rappresentano veri e propri “baronati” nel settore, soprattutto in gestioni di “vecchia data”. Di altra natura sono alcune gestioni “moderne”, ispirate a modelli americani e assolutamente inadeguate rispetto alla nostra realtà; lo stile amicale e finto-partecipativo annienta la qualità tecnica del servizio e, per assurdo, anche i rapporti interpersonali che lo caratterizzano. Sebbene così distanti (una che ci riporta a 30 anni fa e l’altra, di un decennio fa, oltreoceano), queste due realtà hanno alcuni punti in comune ed uno in particolare: una grossa carenza dal punto di vista educativo.

Il primo grosso scoglio è rappresentato dall’abitudine, infallibile cecchino dell’entusiasmo, che calando si trasforma in noia, disattenzione ed infine “abbandono precoce” (Bovi).

Nonostante l’acqua sia sempre bagnata, gli stili sempre quattro ed il soffitto della piscina sempre lo stesso, la scuola nuoto deve rappresentare movimento, coinvolgimento e stimolo, essere sempre novità.

Potremmo trovarci tutti d’accordo su questa conclusione, ma all’atto pratico ci si scontra con incoerenze degne di nota.

La programmazione degli esercizi

Il primo dubbio salta all’occhio nel momento in cui l’istruttore è a bordo vasca con i suoi allievi. Succede in tutte le piscine. Da lontano potrebbe sembrare un importante momento di scambio, in cui il tecnico anticipa gli obiettivi e i modi della lezione. Invece sta proponendo il primo esercizio… Dieci vasche a piacere. Amara delusione.

Questa proposta cosa rappresenta? Semplice buonismo o comoda soluzione all’impigrimento della fantasia del tecnico? Inevitabile pensare che le dieci vasche a piacere, pur risolvendo in termini di tempo una grande fetta della lezione, contribuiranno a mettere in difficoltà l’istruttore nella gestione del gruppo minandone la leadership. In effetti “a piacere” è un tacito assenso all’autogestione, al non controllo, all’anarchia. Parole forti rispetto all’argomento ma appropriate.

Altra aberrazione diffusa, l’abitudine ad utilizzare il tuffo come gioco e pertanto come premio, mezzo per raggiungere un obiettivo (far lavorare bene gli allievi). “Se fate i bravi a fine lezione vi faccio fare i tuffi” a breve rappresenta un mezzo per tenere a bada il gruppo ma, a lungo termine, un’arma a doppio taglio. In primis è necessario soffermarsi sull’enorme importanza che ha il tuffo di partenza rispetto al programma di apprendimento delle attività acquatiche: a livello elementare (ambientamento) è uno scoglio immenso, soprattutto dal punto di vista psicologico e pertanto non può essere vissuto come premio.

Quando il tuffo invece diventa una tecnica per entrare in acqua nel miglior modo possibile, si perdono progressivamente le paure ed entra in gioco la motricità.

Il gesto tecnico ben eseguito necessita di un’ottima cordinazione che a sua volta porta un beneficio all’attività in acqua.

  • Prima riflessione. Vasche a piacere e tuffi a fine lezione: mezzi impropri e ricatti morali o pigrizia e incapacità del tecnico?
programmazione lezione scuola nuoto

La tavoletta: un ostacolo all’apprendimento

Il piacione/tuffatore si dedica inoltre con inquietante frequenza al lavoro con la tavoletta, altra tattica efficace per arrivare senza sforzo a fine lezione. Dieci vasche a piacere, dieci con la tavoletta, tuffi, tutti a casa.

Triste destino: un attrezzo nato per il perfezionamento di atleti evoluti ridotto a tappabuchi. E questo non è neppure l’utilizzo peggiore: migliaia di istruttori utilizzano la tavoletta come strumento didattico imprescindibile.

Galleggiamento, scivolamento, bracciata alternata con tavoletta, respirazione, nuotata completa. Già le nuotate alternate (prima un braccio, poi l’altro) sono un’oscenità: come insegnare a camminare unendo i piedi ad ogni passo. Se poi, mentre si fornisce questa informazione deleteria, si rende anche l’allievo dipendente da un supporto galleggiante, il disastro è completo.

Automatismi che risalgono agli anni Settanta e che non si riescono ad estirpare, per una sorta di nonnismo didattico che tramanda comportamenti devianti attraverso generazioni di istruttori (se lo fa Pasquale, che insegna nuoto da vent’anni, deve essere giusto).

O, più probabilmente, per quella forma di necrosi creativa che attanaglia immancabilmente gli istruttori a partire dal secondo/terzo (quando va bene) anno di insegnamento.

Eppure basta provare una volta per rendersi conto che insegnare a nuotare a corpo libero è un po’ più faticoso all’inizio ma nel complesso abbrevia enormemente il processo di apprendimento e permette a ciascun allievo di sviluppare tecniche di locomozione adeguate alle proprie caratteristiche.

Ogni istruttore, in quanto tale, possiede le conoscenze necessarie ad istruire gli allievi ed ha il diritto di essere libero di applicare i mezzi che ritiene più opportuni. Certo, facendo sparire le tavolette dal piano vasca la sua creatività verrà grandemente stimolata.

  • Seconda riflessione. Meno supporti galleggianti si utilizzano, meglio è.

Parafrasando Vasco Rossi, il tubo lasciamolo al fitness.

Attività a doppio circuito

Se molti istruttori hanno come principale cruccio l’arrivare a fine lezione con il minimo sforzo, altrettanti – e più, si spera – cercano di ottimizzare il tempo a propria disposizione. Non sempre ciò è facile, specialmente con i gruppi di principianti. Con costoro si rivela di grande utilità l’attività a doppio circuito. Le critiche alle nostre scuole nuoto spesso si riferiscono alla quantità di esperienze didattiche fruibili nei 40-45-50’ di lezione, e spesso non sappiamo come fare per sfruttare al massimo il tempo che abbiamo a disposizione. Preoccupati di particolari tecnici dedichiamo troppo tempo a spiegazioni e sprechiamo minuti importanti nelle pause tra un esercizio e l’altro, soprattutto nei gruppi di principianti in vasca grande. L’attività a doppio circuito ci può aiutare in questo compito di ottimizzazione. Brevi distanze per gli esercizi, 10-15 metri al massimo, con educazione respiratoria nel tratto di ritorno al bordo, senza interruzione fino all’esercizio successivo.

Questo sistema garantisce:

  • apprendimento per tutta la durata della lezione senza pause, tranne quelle necessarie alla spiegazione dei singoli esercizi;
  • l’arricchimento delle esperienze di educazione respiratoria, sempre necessarie;
  • la multilateralità, con variazione continua e alto numero di esercizi;
  • la personalizzazione dell’esercizio, variandolo da allievo ad allievo;
  • sicurezza e disciplina, riducendo le pause, momenti potenzialmente pericolosi (gli allievi si ammassano, si tirano l’un l’altro);
  • un utilizzo a tutti i livelli, dal principiante all’avanzato;
  • la gestione di gruppi poco omogenei, con didattica personalizzata;
  • di poter lavorare in spazi ridotti (che anzi rappresentano l’ambiente ottimale) e quindi l’ottimizzazione degli spazi.

Metodologia da utilizzare

  • alta intensità di lavoro;
  • attenzione continua, indispensabile per attività coscienti e ragionate;
  • diversificazione continua degli esercizi;
  • pause solo per spiegazioni tecniche generali, correzione personalizzata nel percorso di ritorno con respirazioni;
  • ritmo elevato con partenze singole e a coppie, e incessanti stimoli per la continuità del movimento.

E’ richiesta qualche lezione di abitudine al doppio circuito sia per l’istruttore che per l’allievo, ma inserito in una routine diventa un’efficacissima strategia didattica alla quale, per efficacia e flessibilità, diventa difficile rinunciare.

  • Terza riflessione. A nuotare si impara nuotando. Meno interruzioni uguale migliore qualità del lavoro.