Michael Phelps: dall’ADHD alla scoperta del talento

Estratto dal libro “Le 10 regole d’oro per raggiungere l’eccellenza nello sport e nella vita” di Bob Bowman, Coach di Michael Phelps.

Una mattina del maggio 1996 invitai i genitori di Michael, Debbie e Fred, a venirmi a trovare in ufficio insieme al figlio. Stavo allenando Michael da circa un anno. Avevo impegnato buona parte di quel tempo a cercare di domare quel puledro selvaggio. Fuori dall’acqua ti faceva diventare matto con le sue buffonate (a Michael all’età di nove anni era stata diagnosticata la sindrome da deficit di attenzione e iperattività, o ADHD) ma quando era in acqua, questa frenesia si trasformava in concentrazione: una caratteristica sorprendente, soprattutto in relazione all’età. Durante gli allenamenti, egli batteva con regolarità ragazzi più grandi di lui. E nei meeting mostrava già le avvisaglie di quella che sarebbe diventata una caratteristica della sua cavalcata olimpica: la capacità di concentrarsi sotto pressione. Fissava la piscina per tutta la sua lunghezza, con la mente focalizzata su una missione: andare veloce.

Gli avevo impartito alcune lezioni su come concentrarsi prima della gara, ma a essere del tutto onesto egli sapeva già esattamente cosa fare. Molte cose gli venivano naturali.

Soprattutto aveva mostrato un talento nel battere i record e quella riunione sarebbe servita ad avvisare Fred e Debbie – e naturalmente Michael – di prepararsi a tutte le conseguenze che ciò avrebbe comportato.

Con il passare degli anni, e con il crescere della celebrità di Michael, l’aura di leggenda intorno a quella riunione è aumentata man mano attraverso i racconti, specialmente quelli di Debbie. Il mondo ha avuto modo di conoscere Debbie Phelps come la “mamma onnipresente”, l’adorabile, tenera, esuberante e degna di nota matriarca del Team Phelps, che sedeva nella tribuna olimpica agitandosi continuamente e strillando mentre suo figlio realizzava imprese straordinarie nell’acqua. Il fatto è che a volte Debbie ha difficoltà a contenere quell’esuberanza. Andando in giro e parlando con le persone, ha raccontato che in quella riunione io avrei predetto l’intero futuro di Michael: che avrebbe vinto ventidue medaglie e fatto trentanove record mondiali, che sarebbe stato invitato al “Saturday Night Live” e avrebbe rappresentato il modello da seguire per i giovani nuotatori di tutto il mondo, fino al matrimonio – oh sì – con una Miss California.

Beh, se possedessi tali doti profetiche, avrei scelto di vivere a Las Vegas, non a Baltimora.

Ma anche se il ricordo di Debbie non è completamente attendibile, su una cosa ha ragione: avevo una visione riguardante suo figlio e vedevo grandi cose all’orizzonte.

In quella riunione, dissi a loro tre che avevamo a che fare con un talento speciale; i tempi che metteva a segno non mentivano. Avevo fatto calcoli; avevo confrontato i risultati. Ero andato a verificare cosa avevano fatto in precedenza altri undicenni di talento e cosa aveva impedito loro di emergere. Quel lavoro aveva rafforzato sempre più in me la convinzione che la parabola di Michael avrebbe lasciato un segno nella storia. Spiegai loro che avevano bisogno di iniziare a programmare. Essi dovevano, come me, prevedere il futuro e prepararsi a esso.

“Michael ha un grande potenziale”, dissi, “lo vedo fare cose che nessun altro nuotatore è in grado di realizzare”.

Debbie e Fred non erano neofiti del nuoto agonistico. La loro figlia Whitney aveva appena mancato la convocazione per le Olimpiadi del 1996. Ma questa volta era diverso. Spiegai loro che il figlio preadolescente era un fenomeno in embrione. Che avrebbe potuto non solo far parte di una rappresentativa olimpica, ma anche essere un potenziale vincitore dei Giochi.

Debbie rispose “Oh no, è troppo giovane”.

Io insistei. “Debbie, come possiamo fermare questa cosa? Non è sotto il nostro controllo”, le dissi. “Sentite, ora vi dico cosa succederà. Nel 2000 parteciperà ai Trials olimpici. Non so se conquisterà la convocazione, ma sicuramente farà parlare di sé”. Lei guardò Fred, Fred guardò lei. Avevo appena cominciato. “E nel 2004”, proseguii, “sarà senza dubbio un atleta che vincerà delle medaglie olimpiche. E saremo solo all’inizio”.

No, non avevo predetto che avrebbe vinto otto medaglie d’oro nel 2008 e che dopo trentasei anni avrebbe eclissato il primato di Mark Spitz. Ma vedevo – e glielo dissi – che poteva compiere imprese senza precedenti nella storia dello sport.

Come avremmo scoperto in seguito, avrebbe superato qualsiasi aspettativa.

Prima che la riunione terminasse, Debbie mi fissò a lungo. Poi disse “lei è pazzo, Bowman”.

Forse aveva ragione, ma essere un po’ pazzi – mettendo da parte l’incredulità – è necessario quando si fissa un obiettivo per noi stessi o per uno degli atleti che si allena. Si deve stabilire una “destinazione” e poi capire la strada per raggiungerla.