di Roberto Del Bianco, da rivista InAquanumero due, luglio-dicembre 2007

L’avviamento all’attività agonistica nel nuoto

Nell’affrontare il delicato compito di articolare un corretto percorso tecnico ed educativo per i giovani, nell’avviamento all’attività agonistica di vertice, dovremmo necessariamente confrontarci con alcuni aspetti di carattere morale e pedagogico, attraverso il buon senso, l’adeguatezza ed il rispetto delle condizioni fisiologiche e psicologiche, prima di articolare mezzi e metodi nella costruzione del modello di allenamento.
L’attenzione nella codificazione di un percorso tecnico deve quindi avvenire:

  1. Per gli aspetti educativi
  2. Per i risultati futuri (di vertice)

A tale riguardo sono diversi i fattori da valutare. Tra questi, i più significativi:

  • Le condizioni del giovane
  • La famiglia
  • L’allenatore
  • L’allenamento

La condizione del giovane

Il giovane risente fortemente di influenze e pressioni esterne, pressioni date del contesto sociale, dalla famiglia, dai modelli comportamentali di riferimento (compagni, adulti, mass media, ecc…), dal fatto di sentirsi gratificato nell’essere (o apparire) e fare ciò che gli altri si aspettano che sia o che faccia. Vive di simboli e di icone, di totem e di tabù. Cerca la sicurezza dai segnali, spesso indiscriminati, che il mondo sociale gli fornisce. E’ insicuro, in evoluzione, plasmabile, influenzabile. Confonde spesso l’origine della soddisfazione, sia che derivi da una parziale e circostanziata conquista di percorso (scuola, amici, simpatie, gioco, …), sia che risulti un vero e proprio feed-back rafforzativo del percorso intrapreso.

Spesso confonde i mezzi con gli obiettivi, le cause con gli effetti.

Ed è proprio questo riparametrare e riadeguare le afferenze e le misure a livello situazionale, che gli consente di strutturare una personalità, una determinazione, un modello comportamentale in funzione delle scelte operate e dei rapporti col mondo circostante.

In un arco temporale relativamente breve, ha una evoluzione rapida sia a livello strutturale, sia funzionale. Non è mai uguale a se stesso.

Passa da una fase di disorganizzazione psicosomatica, propria dello sviluppo e caratterizzata dalla goffaggine, alla estrema facilità ad apprendere, a stabilizzare e ad automatizzare le azioni. Assorbe tutto, si adatta bene e presto, si costruisce schemi motori specifici (abilità acquatiche) con una grande facilità. Non risentendo il patrimonio genetico di alcuna fase di maturazione nell’ambiente acquatico, il modo, i tempi, i criteri con cui apprende e stabilizza le abilità specifiche, dipendono dall’insegnamento, dalla corretta impostazione, dall’adeguamento continuo, dall’elasticità e dalla trasferibilità degli stessi apprendimenti, determinati fortemente dagli aspetti sensopercettivi, derivanti a loro volta dai primi rapporti con l’acqua e condizionati dalla variante biofisiologica.
Orientare l’organismo giovanile ad un gesto sportivo, ad un’azione motoria o alla produzione di energia attraverso un meccanismo in modo stabile, significa, in breve, ritrovare questi adattamenti in un altro organismo, spesso molto differente dal primo, nell’arco di poco tempo.

Basti pensare all’altezza, al peso, alla massa corporea, al rapporto tra tronco e arti, all’attrito, ai sistemi di produzione dell’energia, ecc… Questa è l’origine di tanti problemi legati alla “barriera alla prestazione” che si riscontrano in moltissimi casi alla fine dello sviluppo.

allenamento giovanile nuoto

È molto forte nel giovane il rapporto motivazione/risultato e un futile o momentaneo motivo che sposta leggermente uno dei due fattori, spesso influenza estremamente l’altro. Se è il risultato che determina il valore dell’atleta, un atleta, indipendentemente dal percorso, dall’età e dallo sviluppo, che non ha “buoni” risultati non vale niente. È un’equazione, tanto assurda, quanto espressa e interpretata soprattutto dai genitori, ma spesso anche da altre figure di riferimento.

Se invece il risultato è, come dovrebbe, un risultato di percorso, adeguato alla struttura e alla maturazione, all’impegno e allo sviluppo, se è una misurazione, un valore relativo, allora il processo educativo-pedagogico si completa attraverso gli stimoli allenanti per fornire tutto ciò che si è in grado di fornire.

Molto spesso, non i giovani atleti che strutturano il ragionamento e i parametri attraverso gli insegnamenti di chi li guida; non i genitori che spesso, anche se ricchi di cultura sfoggiano un’ignoranza specifica devastante; non i giovani allenatori che, spinti da una forza difficilmente spiegabile a chi non l’ha provata, cercano la quadratura attraverso la ricerca dei tanti parametri, come fosse un’operazione aritmetica; ma allenatori, anche impegnati seriamente, a volte stabiliscono con certezza le possibilità di qualche atleta, prevedendo performances future attraverso osservazioni tecniche o biomeccaniche, che per un modello cibernetico o matematico sarebbero anche corrette.

Trattandosi invece di un sistema a “n” dimensioni, complesso, non lineare, evolutivo e dinamico, le previsioni più straordinarie risultano disattese. La complessità del sistema è data dal fatto che l’evoluzione globale della prestazione non può essere determinata o prevista dall’evoluzione parziale dei singoli elementi costituenti.

La famiglia

La famiglia, contesto ovviamente affettivo-dinamico, coinvolgente, influenzante, spesso protettivo, a volte opprimente, vuole fortemente “il bene” del fanciullo. Ed è sul concetto di bene che si intrecciano tutti i problemi, le interpretazioni e i malintesi che caratterizzano il difficile percorso dell’agonismo. Tanti, educatori, pedagogisti di varia estrazione, tecnici, psicologi, periodicamente stabiliscono con qualche certezza il percorso educativo più consono al giovane.

genitori nel nuoto

Il bene risiede o si concretizza nella soddisfazione percepita realmente dal soggetto, nella sua realizzazione, nella consapevolezza di “relativo protagonismo”, nella determinazione di un forse fruttifero investimento (fattori questi che crescono parallelamente all’evoluzione bio-fisiologica, tecnica e prestativa) o nella conquista di un livello qualitativo al momento attuale, misurabile attraverso il risultato?

Vale a dire, il bene è quella condizione per cui nel processo di formazione (e di costruzione) tutti i parametri vengono ottimizzati, resi compatibili e orientati, in modo consapevole ed equilibrato, o è quello stato conseguente alla realizzazione del prodotto (risultato del momento)?

Spesso il genitore considera “bene” per il figliolo la sua soddisfazione (in quel momento); a volte il “bene” è riferito al rapporto costi/benefici: poca fatica, ambiente giocoso, simulazione di impegno e di gloria, risultati immediati. Spesso il genitore recita, con convinzione, che

“…non importa che diventi un campione, basta che sia contento e che faccia un’attività sana…”

ma spesso il bambino si rende conto (inconsciamente, ma non solo) che non è vero.

A volte un sottile forte interesse viscerale, un inconscio bisogno di compensazione, o anche una semplice ignoranza specifica ed una magica avventura (quali sono quei genitori che non vivono con ansia e non ricordano con emozione I Campionati Nazionali Giovanili Estivi a Roma allo Stadio del Nuoto? In attesa che il figlio, oltre a vivere in un ambiente sano, magari diventi un campione?) portano alla rivalsa ed alla ricerca di un obiettivo totalizzante.

continua a leggere la seconda parte

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