intervista a Bud Spencer, di W. Bolognani, M. Del Bianco, R. Del Bianco, F. Gross,  da rivista InAqua, numero uno, gennaio – giugno 2007

Carlo Pedersoli nuotatore

La passione per il nuoto prima di diventare Bud Spencer

“Ho iniziato a nuotare a Napoli, alla metà degli anni Trenta. Iniziai a muovere le prime bracciate presso il locale club di nuoto, poi venne la guerra. Nel 1940 papà decise per il trasferimento a Roma, dove mi dedicai al rugby e al pugilato prima di tornare al nuoto, la mia prima passione”. Chiediamo ingenuamente il motivo per il quale ha abbandonato la boxe… “Li stendevo tutti… Mi dispiaceva per loro…”

 

I cento stile in 59″50

Carlo Pedersoli è passato alla storia del nuoto per aver infranto la barriera del minuto nei 100 metri stile libero, ma nasce ranista:

“Anche a rana non c’era storia… Primo, sempre”.

Poi, nel 1947, il trasferimento in Sudamerica (Argentina e Brasile): tre anni senza nuoto! Nel 1950 il rientro in Italia e, dopo pochi mesi di allenamenti, a Salsomaggiore, il record: 59’’50. Da lì al 1957, una decina di titoli italiani, due Olimpiadi (Helsinki 1952 e Melbourne 1956, con la doppia convocazione nuoto-pallanuoto), altri due secondi di miglioramento, grazie anche a un trucco imparato durante un soggiorno negli USA: la virata a capriola. “Una virata mi costava quasi un secondo e mezzo” commenta preciso “con la capriola scesi a quattro decimi ed entrai nell’elite internazionale… Per competere alla pari con i migliori al mondo mi mancava solo una cosa: il tuffo. Ad ogni partenza prendevo delle spanciate tremende, mi ‘piantavo’ e mi toccava ricominciare da capo”.

 

I ricordi di Carlo Pedersoli

Esilaranti i ricordi delle lunghe trasferte in treno “Dormivamo in quattro in uno scompartimento di sei posti. Due stesi sulle panche (di legno… Terza classe!), due sui portabagagli (sempre di legno!). Ovviamente gli altri passeggeri ci costringevano a liberare i posti e a metterci seduti… Dopo un po’ adottammo l’abitudine di dormire completamente nudi: i passeggeri aprivano le porte e immediatamente le richiudevano, al grido di maronn’… E cche è?

Non meno buffi gli innumerevoli altri aneddoti: “A Roma, durante un ritiro della nazionale, ci mandarono a cena in un elegante ristorante del quartiere Parioli. Un pasto medio costava settecento lire. Il nostro allenatore telefonò chiedendo che ci dessero da mangiare per tremila lire. Il ristoratore scoppiò a ridere: era quasi cinque volte la porzione media, e negli anni Cinquanta le porzioni erano abbondanti… Dopo un po’ che eravamo lì, il ristoratore telefonò infuriato all’allenatore: ‘se non mi dai almeno cinquemila lire li faccio cacciare dalla polizia!’”

Anche la pallanuoto ha un posto importante nei suoi ricordi: Pedersoli cita le cinque stagioni in cui giocò come centroboa della nazionale (“dopo Carlo Ghira, olimpionico a Londra 1948 e prima di Renato Desanzuane”), ma si capisce chiaramente che il nuoto è stato il vero amore.

Carlo Pedersoli è tutto meno che prevedibile: alla domanda su quale sia il suo ricordo più bello ci si aspetterebbe che citasse le convocazioni olimpiche, “il” record, e invece… “Era il 1953, subito dopo le Olimpiadi di Helsinki. La nazionale del Giappone era in tournee in Europa. Loro vantavano tre dei migliori velocisti al mondo. Li battei. La piscina esplose: la gente si tuffava in acqua vestita. Loro erano ‘cotti’ da un mese di tournee” ammette candidamente “io mi ero svegliato bello bello nel letto di mammà… Comunque, vinsi”.

 

L’addio al nuoto

Nel 1957 il ritiro, e tutte le difficoltà per il conseguente riadattamento alla vita “civile”. E ancora una volta Carlo ci stupisce, nel momento forse più emozionante della nostra visita. “Con la scritta Italia sul petto mi sentivo un superuomo. Bello, alto, vincente… Oggi ci sono le veline, negli anni Cinquanta il sogno del maschio italiano erano le ballerine di Macario… Io le aspettavo fuori dal Teatro Sistina e loro salivano sulla mia Lambretta anziché sui macchinoni parcheggiati di fronte. Mi sentivo invincibile. Ma mi ero perso. Non sapevo più chi ero.

Non si può vivere di glorie passate. Se diventi schiavo del passato sei finito.

Allora partii. Andai nell’unico paese dove non mi conoscevano, dove non avevo certezze: il Venezuela. Per ricominciare da capo. Il giorno che arrivai, uscendo dall’aeroporto sentii scoppi, botti… Un casino… Era appena scoppiata la rivoluzione! Trovai rifugio in una casa di italiani, lì vicino. Quando tornò la calma, trovai un impiego per la compagnia che stava costruendo la “Panamericana”, la strada di collegamento tra Paname e Buenos Aires. Nel 1960 il ritorno in Italia.