Quando andate fuori strada, rivedete il vostro atteggiamento.

Estratto dal libro “Le 10 regole d’oro per raggiungere l’eccellenza nello sport e nella vita” di Bob Bowman, Coach di Michael Phelps.

So bene che nessuno di noi può sempre essere ottimista, ispirato e All-in (mossa particolarmente audace nel poker) tutto il tempo. E posso certamente raccontarvi diverse giornate in cui Michael Phelps mi ha fatto ammattire con un atteggiamento apatico.

Infatti, per la maggior parte della rincorsa ai Giochi di Londra l’atteggiamento di Michael – o meglio, l’atteggiamento alterato di Michael – divenne un cuneo che stava per sfaldare la nostra amicizia. Questa involuzione era iniziata dopo le sue celebrate imprese di Pechino dove aveva vinto otto medaglie d’oro e infranto il record di Mark Spitz. Aveva realizzato un sogno ed erano arrivate le ricompense: copertine di riviste, apparizioni in TV, sponsorizzazioni multimilionarie. Improvvisamente aveva altri interessi oltre che nuotare vasche su vasche.

Io comprendevo questa evoluzione e sapevo che aveva bisogno di tempo per crescere oltre i confini del mondo del nuoto. Santo cielo, era ancora un ragazzo. Sapevo anche però che aveva preso l’impegno di nuotare alle Olimpiadi di Londra e che se non avesse rimesso insieme i vari pezzi – allenarsi di più, gareggiare con più impegno ai meeting e portarmi un maggiore rispetto in qualità di suo allenatore, lo attendevano momenti di grande imbarazzo.

In breve, avevamo bisogno di ritrovare il suo carattere, il suo atteggiamento All-in.

Ci riuscimmo, ma ci vollero numerose litigate, così come numerose conversazioni pacate nel corso delle quali confrontammo nuovamente le nostre rispettive visioni per Londra e su come arrivarci. Cominciai a renderlo consapevole che il semplice talento non gli sarebbe stato sufficiente per essere competitivo. Aveva bisogno di tornare concentrato, e presto. Se non avesse recuperato rapidamente il suo atteggiamento abituale, a Londra sarebbe andato incontro alla sconfitta, per giunta in mondovisione. Non gli parlai di vincere medaglie o meno, gli parlai del rischio di perdere la faccia.

Come ho detto in precedenza, le sconfitte motivano Michael molto più delle vittorie.

Tutto questo lavoro di pungolo alla fine ebbe effetto. Il 5 luglio, un mese prima dell’inizio dei Giochi, Michael si presentò all’allenamento delle 7 di mattina; da quel momento non saltò più un allenamento né arrivo più in ritardo. Il risultato? A Londra vinse altre quattro medaglie d’oro.

Risultati eccellenti o perlomeno così pensavano l’America e il mondo. Ma io e Michael sapevamo quanto meglio avrebbe potuto fare e quanto più semplice sarebbe stato il percorso, se solo avesse ritrovato prima il suo atteggiamento All-in.

Come allenatore, so che parte del mio lavoro è entusiasmare i miei atleti per le prospettive che gli si presentano davanti. Sfortunatamente, ho anche imparato che non sempre si riesce a trasformare un atteggiamento “Abbandono!” in un atteggiamento “All-in”. Con Michael, alla fine ce l’ho fatta. Ma nel corso degli anni, ho provato le stesse tattiche utilizzate con Michael – un po’ minacciare, un po’ tenere per mano – per spingere altre persone a salire di livello e non sempre hanno funzionato. Quando ciò accade, avverto una momentanea sensazione di fallimento perché non sono riuscito a portare quella persona nel suo luogo di sogno. In ultima analisi però, so anche che è dalla persona che dipende la scelta fra All-in e Abbandono.