di Roberto Del Bianco, da rivista InAquanumero due, luglio-dicembre 2007
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L’allenatore

Guida? Tecnico? Educatore? Per rispondere è necessario analizzare non solo il significato del termine, ma il senso che gli allenatori gli attribuiscono. Fatto sta che l’allenatore subisce una sorta di deprivazione, un vero e proprio sequestro neurale, ogni volta che misura il probabile risultato con i desideri e le aspettative, per cui tutte le operazioni razionali e di buon senso, tutti quegli elementi raccolti a fatica nel tempo, tutti i principi vengono bypassati da comportamenti ed interventi più istintivi, o comunque meno soppesati.

Ovviamente, se prescindiamo dagli aspetti educativi e ci riferiamo a risultati assoluti in età adeguata, è necessario che l’allenatore sia tecnico.

Un bravo tecnico, preparato, aggiornato.

Se ignoriamo tutti gli aspetti che possono giocare un ruolo in merito all’esasperazione dell’attesa e delle aspettative, quali:

  • motivazioni compensative
  • evidenza
  • “potere”
  • narcisismo,

possiamo definire il problema in ambito educativo-pedagogico.

Il tecnico sa, anche se non ammette, che in fase evolutiva esistono diversi sistemi per migliorare le condizioni del giovane, che la spinta data da maturazione – apprendimento – sviluppo condiziona enormemente la prestazione e a tale spinta si aggiungono adattamenti indotti dal condizionamento tecnico e fisiologico, che ovviamente possono essere molteplici, differenti e vari e non (come spesso si vorrebbe) alchimie uniche, determinate e certe. Magari segrete. Spesso il tecnico valuta le innumerevoli componenti del processo di allenamento (biofisiologiche, biomeccaniche, coordinative, tecniche, ecc…) separatamente, come ingredienti da ottimizzare in modo individuale, ignorando la loro integrazione, la globalità del sistema, l’eterocronismo degli stimoli, gli aspetti auxologici e psicologici. Molte poche volte, da parte del tecnico, ma anche della famiglia, si vive empaticamente la realtà interna del giovane atleta, domandandosi: a lui cosa farebbe piacere?; questo è realmente per il suo bene?; si emoziona e si motiva o segue modelli comportamentali indotti?

allenatore esordienti nuoto

Una sindrome ricorrente del tecnico (del tutto simile al genitore che recita: “…non importa che diventi un campione, basta che sia contento e che faccia un’attività sana…”) è quella più pericolosa, in quanto più sottile e meno accertabile, per cui dopo recite comiziali sull’assoluta serenità che deve accompagnare i risultati di percorso (peraltro inconsistenti a livello assoluto), dopo dichiarazioni di saggezza e stile comportamentale, lo si vede proteso oltre la transenna, con le vene ingrossate, che incita l’atleta urlando (gli altri che non sono in gara, sono fuori che osservano), dimostrando tripudio in caso di “buon” risultato e rabbia in caso contrario. Abbiamo assistito a casi in cui proprio personaggi che pontificavano sull’equilibrio, sul controllo e sull’esempio nella formazione giovanile, assumevano posture e atteggiamenti inspiegabili e dissonanti con la dottrina professata.

L’allenamento

Oltre ai principi di buon senso che sarebbe utile richiamare:

  • Adeguatezza del lavoro
  • Quantità
  • Qualità
  • Progressività

è necessario tener presente alcuni aspetti.

L’allenamento segue in ordine cronologico e concettuale l’istruzione

Non è allenabile una qualità, una competenza, un’abilità se non la si è appresa in modo corretto e stabile.

Troppo spesso, dopo le prime esperienze acquatiche, in condizioni ancora grezze e insicure, i giovanissimi vengono selezionati e avviati all’agonismo. Questo comporta che la ciclicità delle azioni stabilizza falsi automatismi e vizi posturali statici e dinamici irreversibili e impedisce così l’adattabilità e la trasferibilità degli apprendimenti.

E’ vincente la semplicità nel progetto di costruzione, pur dovendo rendere le proposte di lavoro diversificate e stimolanti.

L’eccessiva articolazione della struttura dell’allenamento rischia di perdere parzialmente gli effetti adattativi, a vantaggio della varietà e della particolarità dei mezzi.

Valutazione delle condizioni di partenza:

età biologica, “anzianità” d’acqua, caratteristiche generali, motivazione, carattere.

Valutazione del percorso in funzione degli obiettivi.

E’ l’obiettivo che orienta le azioni dell’individuo, non solo a livello psicologico, ma anche a livello operativo. Ogni fase, ogni intervento deve essere motivato dall’effetto sinergico cumulativo per la conquista della finalità. I giovani nuotatori non devono avere obiettivi importanti a breve scadenza, questo significa che la scelta di mezzi, metodi e comportamenti deve avere un significato, partire da un programma verosimile e valido, non potendosi (e non dovendosi) concretizzare nell’immediato alcun picco prestativo rilevante. E’ importante creare una “pendenza” lunga e lieve.

Valutazione degli obiettivi relativi piuttosto che assoluti.

Naturalezza.

E’ il principio a cui dovrebbero ispirarsi tutte le azioni e le operazioni che caratterizzano il percorso giovanile. E’ con naturalezza che ci si relaziona a qualcuno e che si instaurano i primi rapporti sociali. Sempre con naturalezza avvengono (dovrebbero avvenire) i primi apprendimenti scolastici, motori, sportivi. Ancora con naturalezza si dovrebbe vivere l’avventura agonistica, nel percorso segnato da impegno e investimento, consapevolezza dei limiti, volontà di spostarli, bisogno di confrontarsi, accettazione della misurazione di percorso. L’orientamento delle figure di riferimento dovrebbe essere nel senso dell’attenzione e dell’impegno a che tale misurazione riveli una costante e attendibile evoluzione.

No fenomenologia – no divismo.

Il considerare il giovane atleta in funzione della prestazione, esaltarne i risultati, fare previsioni o proiezioni sul livello tecnico, misurarlo con altri, “proteggere” la sua vita come facesse cose straordinarie, risulta dannoso. Personalizzare il lavoro per un giovane pur ben dotato, relativamente al volume, alla qualità, ai tempi, alle sedute, differenziando modalità o atteggiamenti, quando lo stato e le condizioni richiederebbero “normalità” e “parità” con gli altri, vuol solo dire creare condizioni di attesa e di ruolo inadeguate e dannose. Se poi tale atteggiamento si unisce al reale buon livello prestativo (in relazione all’età e alla categoria) e produce espressioni di esaltazione e di straordinarietà, allora l’effetto è devastante.

La storia del nuoto (quella trasversale, non solo quella dei grandi risultati) lo insegna. Sarebbe utile tenerlo presente.

La formazione giovanile in ambito sportivo, dall’avviamento allo sport ai risultati di vertice, risulta un processo molto delicato e complesso, si sviluppa attraverso interventi sinergici e coordinati e si concretizza in modo lento e progressivo. Certamente la base è lo stimolo allenante, che però risulta soltanto una condizione necessaria. Non certo sufficiente.

Quando assistiamo alla realizzazione di una prestazione di livello assoluto, di certo a monte c’è stata una serie di fattori (ottimizzati singolarmente) che si sono evoluti in modo sinergico fin dai primi anni esordienti e l’hanno resa possibile. È lo studio dei singoli fattori e della loro interazione che può consentire una probabilità di non insuccesso.

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